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martedì 19 settembre 2023

Norme e Leggi

 Quale miglior modo per cominciare la Settimana Europea per la Mobilità sostenibile con la prospettiva di un'aggiornamento del Codice della Strada?

Anacronistici ed improvvidi tagli di fondi per infrastrutture cicloturistiche, inasprimento delle pene per ogni tipo di infrazione e inibizione all'uso del monopattino, uno dei mezzi alternativi all'auto.

Le norme sono strumenti per condividere e diffondere buone pratiche, logiche e razionali, utili e sperimentate. 

Le leggi sono strumenti ormai diventati di propaganda politica distaccate dalla realtà? Irrazionali, addirittura malvagi? Oppure sono dimostrazioni di profonda superficialità e incompetenza che conducono ad obblighi  dannosi?

Una legge fatta male o fatta per fare del male deve essere rispettata? oppure è più logico ignorarla?



Dobbiamo accettare tutto? Ritenere che sia giusto realizzare infrastrutture che privilegino un solo tipo di utenti? Che gli utenti che non si conformano non abbiano diritti?



martedì 13 settembre 2022

Il Viale Aguggiari, alberato, per le biciclette

 Accanto al autotrafficato tratto di viale Aguggiari, quello che costeggia il parco di villa Mylus, sul lato in salita, la ciclabile è separata dalla carreggiata automobilistica da una aiuola con alberi. È un tratto ciclopedonale, abbastanza frequentato dai pedoni che risalgono la strada, un po’ meno dai ciclisti. Il tessuto urbano di Varese è abbastanza disomogeneo. Senza esercizi commerciali, con un veloce e maleducato traffico di mezzi a motore, unisce il centro con quartieri residenziali con pochi servizi.

Fino a qualche giorno fa è stato così…


Ora è diventato così…







sabato 20 novembre 2021

Varese CDF Climb

La prossima domenica 28 novembre, alle ore 10:00, dall Stadio Franco Ossola (e Velodromo Luigi GANNA)  di Varese, verrà inaugurata la nuova Varese CdF Climb (EOLO Campo dei Fiori Climb) che, con una segnaletica permanente, indica la storica scalata ciclistica di 10km che porta dalla città al terrazzo panoramico del Parco Campo dei Fiori.

Ci sarà il taglio del nastro con amici e personalità del mondo dello sport, per chi vorrà, sarà anche possibile unirsi al gruppo che pedalerà fino al Belvedere e provare in presa diretta il percorso.

A guidare il gruppo ci sarà il campione varesino Ivan Basso, oggi Sport Manager della EOLO-Kometa Cycling Team.

ANCHE SE DANNO NOIA AGLI AUTOMOBILISTI, A me piacerebbe vedere molte di queste strisce in giro per la città, una Montello, usato per allenarsi con salite e discese, magari color melanzana, oppure viale Aguggiari, usato per scendere dal campo dei fiori e con corsie ciclabili, magari color mandarino.



mercoledì 17 novembre 2021

A quell'ora le strade sono così!

Non c'è sempre traffico! Succede solo in alcuni orari. A quell'ora le corsie non bastano, le rotonde non bastano, i semafori sono troppi... ? A quell'ora ci sono troppi marciapiedi, troppe corsie ciclabili, troppe isole di attraversamento, troppi limiti a 30km/h? 

Oppure, a quell'ora ci sono solo troppe macchine?

Le strade devono essere pagate e progettate per quell'orario? Nessuna altro uso della strada deve essere preso in considerazione? 

Come si fa a togliere qualche auto dalla strada? C'è qualcuno che può spostarsi in orari diversi, qualcuno con i mezzi pubblici, qualcun' altro potrebbe andare in bici o motorino. I Mobility Manager delle scuole, delle industrie e degli uffici, coordinati, potrebbero essere decisivi! 

Distribuire questo flusso critico in flussi sostenibili, agevolare le alternative alle auto,  renderebbe le attuali infrastrutture adeguate?



giovedì 14 ottobre 2021

Saronno Bike Week dal 10 al 17 ottobre 2021

 Una serie di eventi interessanti a Saronno, durante la prima Saronno Bike Week. 




mercoledì 30 giugno 2021

VBA 2021. Varese Bike Adventure

Varese – 02/04 luglio 2021



Sono aperte le iscrizioni!

Cos’è la VBA

Varese Bike Adventure (VBA) è un’avventura sui pedali alla scoperta di un territorio poco conosciuto, su ciclaibili e strade secondarie, dimenticando le arterie più trafficate.

VBA è libertà di pedalare prendendosi i propri tempi e la velocità che si preferisce.

L’idea è semplice: dopo la registrazione ti verranno fornite la tracce GPX dei percorsi, il “passaporto” VBA (dove apporre i timbri nei checkpoint segnalati) ed un elenco di strutture “amiche” (bar, ristoranti, B&B, alberghi) dove le bici saranno le benvenute, scegli il percorso che preferisci e… pedala attraverso i luoghi più belli e meno conosciuti della provincia.

I percorsi saranno aperti al traffico e pertanto si raccomanda il rispetto del codice della strada. Raccomandiamo a tutti luci e giubbino rifrangente.


Cosa non è la VBA

Innanzitutto la VBA non è una gara, non ci sarà nessun cronometro a scandire i passaggi e nessun tempo limite.

Nessun avversario da battere, la competizione sarà solo per offrire il caffè al vostro compagno di avventura.

Nessun record da infrangere ma un traguardo da raggiungere dove tutti saranno accolti da vincitori.

venerdì 1 maggio 2020

Driin drin drin, spazio alla bici...


In un momento in cui la politica lotta per il potere, sfruttando la paura, l’industria ed il commercio riscoprono, un po’ tardivamente, l’importanza della sicurezza, le campagne pubblicitarie, con i negozi chiusi e poca gente in strada, si trasformano in campagne di FIDUCIA
Il pensiero di dovermi spostare per raggiungere MIlano, di prendere un mezzo pubblico mi intimorisce. Avvicinarmi a Milano con l'auto non è proprio una opzione praticabile
Come è successo a Londra, dopo l'attentato al Tube, la gente scende in strada con la Bici. Ed ora bisogna aiutarli a pedalare... Una pedalata assistita, da piste ciclabli di emergenza, da parcheggi, da facilities per accogliere i ciclisti che raggiungono il posto di lavoro. 
Bikeitalia ha lavorato concretamente,  per evitare l'invasione di auto a Milano, realizzando un manuale per creare la Rete di Mobilità di Emergenza. Milano è al centro dell'attenzione mondiale, quello che sarà fatto in questi giorni è una occasione ed un esempio.

martedì 4 settembre 2018

“La pista ciclabile in via XXV Aprile è una figata pazzesca”

In via XXV Aprile è in costruzione un breve tratto di pista ciclabile, per raggiungere la pista del lago dal centro.
A via XXV aprile, i parcheggi sacrificati per la pista ciclabile, sono circa 60 posti auto, per l'esattezza ce n'erano 54.
Nei paraggi della pista ciclabile in costruzione ci sono 3 parcheggi:
82 posti, via Verdi;
106 posti, Villa Recalcati;
300 posti, via Sempione, in costruzione.


I parcheggi lungo la strada ed in città sono pochi ed incentivano il traffico. Nelle ore di punta, a Varese (ad esempio il sabato), la maggior parte delle auto sono alla ricerca di un parcheggio vicino alla propria destinazione finale.
Il tempo che si perde e si fa perdere agli altri, è spesso maggiore di quello necessario a spostarsi dalle aree di parcheggio (esistente e in costruzione) alla meta.


Non è l'orografia il problema: non lo è per le persone anziane (abituate); non lo è per i giovani (forti); non lo è per chi usa una bici a pedalata assistita; non lo è per le decine di amatori ed atleti che salgono al Sacromonte ed al Montello, con le MTB, le Superleggere.

Spendere solo 1,2 milioni non mi sembra opportuno, se ne dovrebbero dedicare molti di più e sisitemare molte più aree a rischio. Quando percorro le strade in bici con un bimbo la pista ciclabile è un luogo sicuro, dove rifugiarsi dai pericoli del traffico, le poche disponibili non sono in rete, esponendo i fruitori della strada al rischio delle auto (che raramente hanno rispetto delle regole e degli altri).

La pericolosità delle strade, rende Varese poco adatta alla bici e ai pedoni, nella progettazione è sempre stata favorita l'automobile. Impopolare non significa illogico!
Molto dipende da come vengono usate le strade. Tutta via XXV aprile è diventata zona 30. Ci sono le scuole. Ma lo sappiamo, i limiti sono forse suggeriti, non sono un obbligo, se li superiamo si chiude un occhio...

Per il titolo ho colto spunto dalle dichiarazioni su Varesenews, avverse al progetto, di un giovane politico con un bel faccione sorridente, che riporto per le vostre considerazioni.

Però scusatelo, i politici non dicono quello che pensano o quello che è logico, ma dicono quello che "conviene".

"Anzitutto, risulta incomprensibile la scelta di via XXV Aprile invece di altre soluzioni come via Motnte Rosa, via Monastero vecchio o, ancora, viale Sant’Antonio, tre strade alternative che colloegano il centro cittadino con la zona di villa Recalcati. Infatti, lungo il tratto di strada troviamo, nell’ordine, il più importante polo scolastico della città, con la scuola media Dante, il liceo Manzoni, il licmeo Cairoli e l’istituto superiore Daverio. Un’area che vede coinvolti oltre duemila studenti, tra cui alcuni giovani ragazzi che inevitabilmente vengono accompagnati dai genitori, i quali non avranno più a disposizione alcuna area di sosta per far salire o scendere dall’auto i propri figli e, probabilmente, si fermeranno in mezzo alla strada otturando la viabilità (già non ottima) della zona. Proseguendo su via XXV Aprile si trovano una sede di Poste italiane, la Questura e numerosi esercizi commerciali, già a corto di stalli di sosta per i clienti e per il carico/scarico merci, e, poco distanti, altri servizi pubblici come l’Asl e l’Aler. Eliminare circa 60 posti auto per un breve tratto di pista ciclabile sembra, dunque, una follia, oltre che un problema per la sicurezza dell’area delle scuole.

Inoltre, Varese poco si presta a questa tipologia di mobilità alternativa. Morfologicamente la nostra città è ricca di discese e salite che mal si conciliano con l’uso delle biciclette, soprattutto per le persone anziane e specialmente nei mesi invernali, quando le nostre strade divengono spesso ghiacciate rendendo quindi sconsigliabile e molto pericoloso questo tipo di spostamenti. Imitare grandi metropoli come Milano o Amsterdam, totalmente piatte, non ha senso. Bisogna osservare la realtà per quello che è ed accorgersi che Varese non può avere questa vocazione. Meglio puntare, in un’ottica di minor inquinamento, su un Trasporto Pubblico più efficiente ed efficace, che guardi all’elettrico, e su un potenziamento della pedonabilità e ciclabilità nella zona del centro, unica area predisposta a questi tipi di spostamenti. Per far ciò servono investimenti in nuove infrastrutture e nuovi parcheggi attorno al centro, come quello di via Sempione voluto dalla Giunta Fontana.
Non c’è più tempo per operazioni da campagna elettorale, se non vogliamo che Varese rimanga irrimediabilmente in ritardo nel suo sviluppo e venga schiacciata da Milano e dalla Svizzera. Spendere 1,2 milioni di euro (di cui circa 800mila dalla Regione) per quest’opera non sembra opportuno. Bisogna cominciare a fare investimenti mirati e seri che possano garantire maggiore fruibilità e lo sviluppo della nostra città!"

sabato 28 gennaio 2017

Bici rubate e ritrovate - Milano

Sulla pagina Facebook trovate le immagini delle bici recuperate dalla Polizia Locale di Milano. Se conoscete qualcuno che potrebbe aver subito un furto, segnalatela.

"Pagina, curata dalla "Squadra Contrasto Bici Rubate" della Polizia locale di Milano, dove trovare informazioni utili per recuperare una bicicletta rubata in città o nell'area metropolitana. La Pagina pubblica le foto delle bici recuperate, anche di concerto con le altre Forze dell'Ordine della città, e fornisce informazioni e istruzioni utili per il loro recupero."

giovedì 13 ottobre 2016

Le città cresciute male, anche per le auto.

Il blog dello studio Gehl racconta come la sua esperienza a Copenaghen abbia svilito i suoi spostamenti quotidiani a San Francisco. Come possiamo diventare come Copenaghen? Non possiamo.
Sono stato nella capitale danese nel 2001, per vivere in prima persona una realtà che, per anni, nel progettare la viabilità, in generale gli spazi urbani, ha considerato possibile spostarsi in molti modi, a piedi, in bici, con i mezzi pubblici,in moto ed auto.

Varese, come molte città in Italia, è cresciuta (male) per essere percorsa in auto. Autobus, a piedi, in bici  sono scelte non contemplate. Lo capisci dagli interventi sporadici ai marciapiedi, dai percorsi dei mezzi pubblici, dai parcheggi di interscambio, dalla inaccessibilità delle stazioni.
Ma l'auto è una scelta valida?
Da tutte le direzioni, negli orari di punta, Varese è assalita da pendolari in auto. I dati sui flussi di traffico nel tempo, vecchi, ma disponibili sul sito della (ex) Provincia, si riferiscono numero di mezzi/ora.
Nell'esempio, preso a campione, il grafico raggiunge un picco fra le 7 e le 8, per poi calare fra le 8 e le 9, in cui arriva a 1700 veicoli l'ora.

Cosa significa?
7:00 si cominiciano a spostare tutti. Le strade si riempiono ma il traffico è fluido, 1600 auto/ora.
8:00 si accompagna a scuola i bimbi e ci si riversa sulle arterie per andare a lavoro, 1700 auto/ora.
8:00- 9:00 le auto sono in strada ma 1200 auto/ora percorrono la strada.
Perché il calo di flusso? Perché sono ferme. Sono sempre lì ma non muovendosi, non c'è flusso.

Se invece le flusso si fosse calcolata la velocità media degli spostamenti fra due punti su una arteria? Ad esempio: Fine Autostrada - Largo Flaiano,  oppure Ponte sul Vedano - Viale Borri?
- in orari non di punta, nella migliore condizione posso ipotizzare il rispetto dei limiti: 50 km/h e 70 km/h.
- in orari di punta ipotizzo quella che, per anni, è stata la mia velocità media: 35 km/h, nei casi peggiori 10 km/h.





lunedì 6 giugno 2016

VA'RESE microvalorizzare quello che abbiamo attorno pedalando.

Una guida che mi aiutasse a capire cosa avevo attorno, anche nascosto ed apparentemente insignificante, non l'avevo trovata. Volevo girare, scoprire luoghi, momenti e punti di vista, per poter condividere.
Il progetto  "VA'RESE – microvalorizzazione del quotidiano –" con la sua mole di dati, mostra fotografica, sito internet, pubblicazioni, è una nuova chiave di lettura della città, dell'ambiente naturale e sociale.
La mostra è aperta dal 6 maggio al 31 dicembre,  Spazio Arte UnipolSai con sede in Piazza Montegrappa 12 (orari: 9-12 e 15-17.30 escluso sabato e domenica).

mercoledì 27 aprile 2016

#qualebuonastrada


Le strade di Varese sono, come quelle di molte altre città di tutta Italia: dimenticate; rattoppate; progettate, casualmente, ma comunque per essere usate dalle Automobili.
Inospitali, per le bici come per i pedoni o chi si muove con qualche handicap, sono teatro di incidenti, a volte mortali, spesso causati anche da atteggiamenti scorretti dei ciclisti, degli automobilisti, dei pedoni.

Il codice della strada aspetta di essere modificato.

È per questo motivo che chiediamo:
1) che la legge delega con le modifiche al codice della strada venga discussa e approvata al più presto;

2) che il Governo si impegni a realizzare una campagna di comunicazione su tutti i media per spiegare agli Italiani che l’uso dell’automobile è incompatibile con l’uso del telefono cellulare.

Ci sono riforme che non possono più aspettare perché ogni giorno che passa è una vita persa nell’attesa della Buona Strada.

Nessuno di noi può più aspettare.

Aiutaci e condividi! Usa #qualebuonastrada

Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questo post attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l’hashtag
#qualebuonastrada e, ovviamente, inviandola via mail a:

- Presidente del Consiglio, Matteo Renzi: presidente@pec.governo.it

- Ministro dei Trasporti, Graziano Delrio: segreteria.ministro@pec.mit.gov.it

- Presidente del Senato, Pietro Grasso: pietro.grasso@senato.it

- Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini: laura.boldrini@camera.it

venerdì 1 aprile 2016

REFERENDUM del 17 aprile, Si e NO a confronto

Ho provato a leggere e riporto in questo post, gli articoli che parlano delle ragioni del SI e delle ragioni del NO, per il quesito referendario sulla durata delle concessioni petrolifere, sulle TRIVELLE.
I numeri si possono ricavare in modi diversi, tutti razionali e dimostrabili, tutti veri. Allo stesso tempo non completamente veri, tutti imprecisi, tutti FALSI.
I numeri possono essere scelti, usati come serve. Un uso comunque in buona fede, per il progresso e la razionalità, oppure per l'ambiente.
Potete leggere quanto volete, per farvi informare, persuadere, convince. Scegliere le fonti oppure accontentarvi del primo che capita. Ci sarà sempre un po' di verità, un po' di ragione. Se non volete perdere tempo ad informarvi su un tema di scarsa utilità, oppure nessuno vi convince
Cosa fare?
Ascoltate chi vi sta più simpatico.

Se vi piace Greenpeace, o la Boschi, Legambiente o la Total, probabilmente è inutile cercare di convincervi.


Il Fatto Quotidiano.

30 marzo 2016
Luciana Gaita

Referendum trivelle, la guida: lavoro, inquinamento e politiche energetiche. Fronte del Sì e del No a confronto

Il 17 aprile italiani alle urne per votare sulla durata delle concessioni alle società petrolifere. Enrico Gagliano (promotore della tornata e fondatore del coordinamento No Triv) e Umberto Minopoli (presidente dell’Associazione italiana nucleare) rispondono alle domande de ilfattoquotidiano.it sui temi centrali della consultazione
 
Occupazione, inquinamento, ambiente e politiche energetiche. Ecco i temi su cui ci si deve interrogare prima di votare ‘sì’ o ‘no’ al referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile, che per essere valido deve raggiungere il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto. Oggi in Italia non si possono ottenere permessi di ricerca o prospezione né concessioni di coltivazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa. Eppure in quelle aree off limits alcune società continuano le loro attività. Lo consente il comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 152 del 2006, sostituito dal comma 239 dell’articolo 1 della legge di Stabilità (del 28 dicembre scorso) che permette a chi ha già ottenuto una concessione di rinnovarla continuando l’attività ‘per la durata di vita utile del giacimento’. Se prima le concessioni di coltivazione avevano una durata di 30 anni (prorogabile per periodi di 10 e 5 anni) e i permessi di ricerca di 6 anni (anche questi prorogabili), la legge di Stabilità ha decretato che i titoli già rilasciati non abbiano più scadenza.

PERCHE’ LA LEGGE IN VIGORE E’ FAVOREVOLE ALLE SOCIETA’ PETROLIFERE
Un particolare non di poco conto. Perché dismettere un impianto comporta costi altissimi per le società concessionarie, che quindi puntano a estrarre il minimo indispensabile per il maggior arco di tempo possibile. Questo modus operandi, inoltre, ha anche un’altra spiegazione, tutta economica: le franchigie. Le società petrolifere, infatti, non pagano le royalties se producono meno di 20mila tonnellate di petrolio su terra e meno di 50mila in mare. Ma rivendono tutto a prezzo pieno. E se si superano le soglie, ecco che scatta un’ulteriore detrazione di circa 40 euro a tonnellata. Morale: il 7% delle royalties viene pagato solo dopo le prime 50mila tonnellate di greggio estratto e neppure per intero. “Sistema comodo per le società, che possono mantenere in vita impianti da cui producono quantità modeste di petrolio”, spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Smantellare costa di più – aggiunge – meglio continuare a produrre anche poco, sotto la soglia della franchigia, senza pagare le royalties”. In Italia, inoltre, sono esentate dal pagamento le produzioni in regime di permesso di ricerca. Ecco perché per chi estrae è fondamentale quella “durata di vita utile del giacimento“.

NUOVE TRIVELLE? SI’, ECCO PERCHE’
Che non scongiura la possibilità di costruire nuovi impianti entro le 12 miglia, specie se previsto nel programma originario delle concessioni già rilasciate. Se il giacimento può essere ancora sfruttato, infatti, le aziende potranno rinnovare gli impianti e aumentare la produzione estrattiva, chiedendo di portare a termine il programma. E potrebbero anche avere bisogno di nuove piattaforme e nuovi pozzi. Quindi nuove trivelle. Sta accadendo in Sicilia, con il progetto della Vega B (è prevista la realizzazione dei primi 4 pozzi, a cui se ne aggiungeranno altri 8), che potrebbe sorgere all’interno della concessione per la Vega A.  Situazione simile a quella di Rospo Mare (di fronte all’Abruzzo) per la quale si parla di altri 4 pozzi.

COSA SI VA A VOTARE: IL QUESITO
Che cosa, quindi, i cittadini italiani potranno cambiare in concreto con il loro voto? Potranno decidere se abrogare (con il ‘sì’) questa parte di norma e far valere, anche per i titoli già rilasciati, il divieto di ‘operare’ entro le 12 miglia dalla costa, facendo cessare le attività in corso in mare. Non immediatamente, ma alla data di scadenza ‘naturale’ della concessione. Anche se ci fossero ancora petrolio o gas da estrarre. Se passa il ‘no’, invece, si va avanti fino all’esaurimento. In Italia sono state rilasciate 35 concessioni per estrazione di idrocarburi (coltivazione) in mare che interessano anche aree entro le 12 miglia dalla costa. Ventisei sono quelle produttive tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi. L’attuale norma salva anche i permessi di ricerca già rilasciati: sono dodici, compreso quello che riguarda Ombrina Mare. Partendo dai nodi attorno a cui si sviluppa il dibattito, ilfattoquotidiano. it ha chiesto le ragioni del ‘sì’ e quelle del ‘no’ rispettivamente a Enrico Gagliano, tra i fondatori del coordinamento nazionale NoTriv e primo promotore del referendum, e a Umberto Minopoli, presidente dell’Associazione italiana nucleare.


Sulla questione occupazione si sono spaccati anche i sindacati. Per la Cgil della Basilicata lo sfruttamento della Val D’Agri non ha portato benefici, mentre la Cgil nazionale, con il segretario dei chimici Emilio Miceli, sostiene che votare ‘no’ tuteli migliaia di posti di lavoro. Solo nella provincia di Ravenna si parla di 7mila persone impiegate nel settore dell’offshore. L’Italia può permettersi di chiudere gli impianti?

Enrico Gagliano per il ‘sì’ – “La vittoria del ‘sì’ non determinerà alcuna cessazione immediata delle attività offshore, che proseguirebbero fino alla loro scadenza per terminare in un arco di tempo che oscilla da un minimo di 1 anno e 3 mesi a un massimo di 11 anni. Sulla questione disoccupazione si fa terrorismo mediatico: il referendum riguarda concessioni che erogano il 9% del petrolio e il 27% di tutto il gas estratti in Italia; i pozzi di gas hanno superato da anni il picco di produzione e hanno una vita residua media di 5/6 anni, un tempo sufficiente per riqualificare il settore”.

Umberto Minopoli per il ‘no– “L’opportunità offerta dalla scoperta degli idrocarburi in Italia ha consentito la nascita dell’Eni e, intorno a esso, di una miriade di aziende che, partendo dal business nazionale, hanno sviluppato tecnologie d’avanguardia e sono diventate leader nel mondo. Il referendum, imponendo la fermata della produzione di campi a gas già funzionanti in piena sicurezza e in modo redditizio, bloccherebbe il motore che ha finora consentito alle aziende di investire in Italia. Il fenomeno sta già verificandosi a Ravenna e in Adriatico. Il ragionamento dei sindacati lucani è totalmente miope.

Il caso Ravenna è emblematico. Secondo alcuni studiosi gli impianti non danneggiano il turismo, secondo altri in quell’area le estrazioni di acqua e gas dal sottosuolo accelerano il fenomeno della subsidenza costringendo a investimenti per tutelare spiagge e suolo.

EG per il ‘sì’ – “Dove sono finiti quelli che – Prodi in testa – indicavano nella Croazia il modello da seguire? Il nuovo governo croato ha deciso di bloccare i progetti di estrazione in Adriatico per difendere il turismo. Noi, invece, scegliamo le trivelle. L’accelerazione del fenomeno della subsidenza è un dato: secondo l’Arpa dell’Emilia Romagna, in prossimità del giacimento di gas Angela-Angelina le estrazioni hanno prodotto in oltre 20 anni, sui fondali compresi tra i 4 e i 6 metri, abbassamenti superiori a 2 metri. Da Nord a Sud: anche in Calabria, vicino Crotone, Leonardo Seeber, sismologo della Columbia University, ha registrato un nesso tra estrazioni di gas in mare e subsidenza. Su Capo Colonna è stato eretto un muro di silenzio perché in quell’area dello Ionio, molto vicino alla costa, si estrae quasi il 15 per cento di tutto il gas estratto in Italia”.

UM per il ‘no– “Il Turismo a Ravenna è un dato di fatto. I veri problemi ci sono stati al più in passato quando una raffineria e un polo petrolchimico (che importavano petrolio dall’estero) hanno obbligato a trovare un equilibrio complesso. Ma dal settore ricerca e produzione di idrocarburi si sono solo avuti benefici importanti, fino a giungere alla simbiosi fra piattaforme di produzione di gas naturale e la coltivazione di cozze con il ripopolamento della fauna ittica. Sulla subsidenza sono stati effettuati studi approfonditi a altamente scientifici, con la creazione di modelli elaborati da università e centri di ricerca. La subsidenza riguarda tutta la fascia appenninica con un costante spostamento verso Est, che porterà fra un milione di anni alla scomparsa del Mare Adriatico”.

Quali sono le conseguenze sull’ecosistema terra-mare, sull’inquinamento di acqua, sulla tutela della biodiversità e della pesca?

EG per il ‘sì’ – “Le società che estraggono escludono il rischio di incidenti in mare, ma questa possibilità non può essere esclusa. Prendiamo per esempio la concessione di olio ‘Rospo Mare’ di Eni e di Edison (nell’offshore abruzzo-molisano), ad un tiro di schioppo dalle Tremiti e a poche miglia dal parco marino di Punta Penne. Qui, tra il 2005 ed il 2013, si sono verificati due sversamenti: l’ultima volta sono finiti in mare mille litri di idrocarburo. Si è sfiorato un disastro ambientale in l’Adriatico. Rospo Mare è una delle concessioni interessate dal referendum: se dovesse vincere il ‘no’, Edison ed Eni potrebbero decidere di aprire altri pozzi e andare avanti finché ce n’è o finché lo riterranno conveniente”.

UM per il ‘no– “Basta visitare una piattaforma o assistere al processo di perforazione per rendersi conto del livello di rispetto ambientale garantito con le tecnologie sviluppate dalle nostre aziende. Nulla viene scaricato a mare, ma trattato e riportato a terra in discariche specializzate. I sistemi di trattamento delle acque consentono spesso la loro piena potabilità. In California, in seguito al totale sfruttamento dei giacimenti petroliferi, bisognava smantellare le piattaforme. Ed è proprio il movimento ambientalista a chiedere di lasciare lì le piattaforme divenute ormai un tutt’uno con l’ecosistema marino e punto di ripopolazione della fauna”.

È vero che lo stop della produzione di idrocarburi nel nostro Paese richiederebbe un aumento delle importazioni e il maggior traffico di petroliere nei porti italiani?

EG per il ‘sì’ – “Per il gas non si capisce bene di cosa stiamo parlando: quasi tutto quello importato arriva in Italia attraverso 5 metanodotti e solo per il 7% con navi metaniere sotto forma di gas liquefatto. Inoltre, la minore produzione di gas, che è pari ad appena il 3% del fabbisogno nazionale, potrebbe essere compensata puntando su rinnovabili ed efficienza energetica. Si potrebbero recuperare così i 60mila posti di lavoro persi dal 2013 a oggi, dando uno scossone al Pil. Secondo Enel e Confindustria, l’efficientamento energetico potrebbero creare 400mila nuovi posti e un giro d’affari compreso tra i 350 e i 510 miliardi. Quanto all’aumento delle estrazioni di petrolio nazionale è causa di maggior traffico nei porti italiani e di inquinamento”.




UM per il ‘no’ – “La fermata della produzione di gas e petrolio nazionale comporta la piena sostituzione con volumi equivalenti importati dall’estero. Bisognerà pagare in valuta e trasportare gli idrocarburi con petroliere e con gasiere di Lng (ma poi nessuno vuole I rigassificatori!). Storicamente i grandi inquinamenti a mare sono avvenuti nella fase del trasporto. Quindi il cambiamento farà aumentare i rischi. A meno che venga proposta per legge una riduzione dei consumi petroliferi, il che vuol dire ridurre drasticamente i trasporti (aerei, auto, camion, traghetti, navi, moto), limitare le produzioni delle aziende metalmeccaniche e rinunciare a coprire manto stradale e autostradale con gli asfalti di alta qualità prodotti dall’industria italiana”.


Quanto petrolio e quanto gas abbiamo? Le trivelle sono un buon affare?

EG per il ‘si’ – “Le trivelle sono state un buon affare per l’Italia nel periodo del boom economico. Enrico Mattei ebbe intuizioni geniali, ma oggi si proietterebbe verso il futuro. Con le riserve certe di idrocarburi stimate dal Mise potremmo far fronte alla domanda interna di petrolio per appena 7 settimane e di gas per 6 mesi, determinando ricadute negative sul turismo (10% del Pil e 3 milioni di occupati), la pesca (2,5% del Pil e 350mila occupati) e il settore agroalimentare (8,7% del Pil 3,3 milioni di occupati). Royalties a parte, che secondo la Corte dei Conti non sono tasse, il rischio industriale dovrebbe spingerci ad abbandonare progressivamente le fonti fossili.


UM per il ‘no’- “Ad oggi, l’industria petrolifera finanzia le sue attività e si assume tutti i rischi economici della ricerca senza alcun aiuto degli Stati. Paga regolarmente le royalties e le tasse, contribuendo al benessere collettivo. Non è il caso delle rinnovabili, che hanno bisogno di costanti e importanti finanziamenti pubblici, pagati dai cittadini attraverso le bollette dell’elettricità o con la tassazione diretta. Con il livello della ricerca raggiunta ad oggi, sarebbe impossibile sostituire gli idrocarburi con fonti rinnovabili. A meno che si decida di fermare il Paese per qualche decennio. No aerei, no tir, no autovetture. Per circa 30 anni”.



La repubblica

18 marzo 2016

Il 17 aprile si vota sul quesito voluto da Regioni preoccupate per le conseguenze ambientali e per i contraccolpi sul turismo di un maggiore sfruttamento degli idrocarburi. Ecco le ragioni dei due schieramenti

di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Il 17 aprile si voterà sulle trivelle. Il referendum è stato voluto da 9 Regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto) preoccupate per le conseguenze ambientali e per i contraccolpi sul turismo di un maggiore sfruttamento degli idrocarburi. Non propone un alt immediato né generalizzato. Chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Come è accaduto per altri referendum, il quesito appare di portata limitata ma il significato della consultazione popolare è più ampio: in gioco ci sono il rapporto tra energia e territorio, il ruolo dei combustibili fossili, il futuro del referendum come strumento di democrazia.

La domanda che si troverà stampata sulle schede è "Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c'è ancora gas o petrolio?" Dunque chi vuole - in prospettiva -  eliminare le trivelle dai mari italiani deve votare sì, chi vuole che le trivelle restino senza una scadenza deve votare no.

I due schieramenti sono rappresentate da comitati. Da una parte c'è il Comitato Vota sì per fermare le trivelle "Il petrolio è scaduto: cambia energia!") a cui hanno aderito oltre 160 associazioni (dall'Arci alla Fiom, da quasi tutte le associazioni ambientaliste a quelle dei consumatori, dal Touring Club all'alleanza cooperative della pesca). Dall'altra un gruppo che si definisce "ottimisti e razionali" e comprende nuclearisti convinti come Gianfranco Borghini (presidente del comitato) e Chicco Testa, il presidente di Nomisma energia Davide Tabarelli, la presidente degli Amici della Terra Rosa Filippini. Ecco, punto per punto, le ragioni dei due schieramenti.

Quanto petrolio è in gioco?

Le ragioni del sì
Secondo i calcoli di Legambiente, elaborati su dati del ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell'1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Se le riserve marine di petrolio venissero usate per coprire l'intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi.


Le ragioni del no
Secondo i calcoli del Comitato Ottimisti e razionali la produzione italiana di gas e di petrolio - a terra e in mare- copre, rispettivamente, l'11,8% e il 10,3% del nostro fabbisogno. (Visto che questo dato comprende anche le piattaforme che non rischiano la chiusura perché non sono oggetto di referendum, su questo punto le stime dei due schieramenti non si allontanano: l'85% del petrolio italiano viene dai pozzi a terra, non in discussione, e un terzo di quello estratto in mare viene da una piattaforma oltre le 12 miglia, non in discussione).

Qual è l'impatto del petrolio in mare?

Le ragioni del sì.
A preoccupare non sono solo gli incidenti ma anche le operazioni di routine che provocano un inquinamento di fondo: in mare aperto la densità media del catrame depositato sui nostri fondali raggiunge una densità di 38 milligrammi per metro quadrato: tre volte superiore a quella del Mar dei Sargassi, che è al secondo posto di questa classifica negativa con 10 microgrammi per metro quadrato.

Inoltre il mare italiano accanto alle piattaforme estrattive porta l'impronta del petrolio. Due terzi delle piattaforme ha sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. I dati sono stati forniti da Greenpeace e vengono da una fonte ufficiale, il ministero dell'Ambiente: si riferiscono a monitoraggi effettuati da Ispra, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del ministero dell'Ambiente, su committenza di Eni, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine.

Le ragioni del no
L'estrazione di gas è sicura. C'è un controllo costante dell'Ispra, dell'Istituto Nazionale di geofisica, di quello di geologia e di quello di oceanografia. C'è il controllo delle Capitanerie di porto, delle Usl e delle Asl nonché quello dell'Istituto superiore di Sanità e dei ministeri competenti. Mai sono stati segnalati incidenti o pericoli di un qualche rilievo. Il gas non danneggia l'ambiente, le piattaforme sono aree di ripopolamento ittico.

I limiti presi a riferimento per le sostanze oggetto di monitoraggio e riportati nel rapporto di Greenpeace non sono limiti di legge applicabili alle attività offshore di produzione del gas metano. Valgono per corpi idrici superficiali (laghi, fiumi, acque di transizione, acque marine costiere distanti 1 miglio dalla costa) e in corpi idrici sotterranei.

Fermando le trivelle perdiamo una risorsa preziosa?

Le ragioni del sì
Dopo il rilascio della concessione gli idrocarburi diventano proprietà di chi li estrae. Per le attività in mare la società petrolifera è tenuta a versare alle casse dello Stato il 7% del valore del petrolio e il 10% di quello del gas. Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere portato via e venduto altrove. Inoltre le società petrolifere godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. I posti di lavoro immediatamente a rischio (calo del turismo, diminuzione dell'appeal della bellezza del paese) sono molti di più di quelli che nel corso dei prossimi decenni si perderebbero man mano che scadono le licenze.


Le ragioni del no
L'industria del petrolio e del gas è solida. Il contributo versato alle casse dello Stato è rilevante: 800 milioni di tasse, 400 di royalties e concessioni. Le attività legate all'estrazione danno lavoro diretto a più di 10.000 persone.

Non fermando le trivelle perdiamo una risorsa preziosa?

Le ragioni del sì
Sì, perché le trivelle mettono a rischio la vera ricchezza del Paese: il turismo, che contribuisce ogni anno a circa il 10% del Pil nazionale, dà lavoro a quasi 3 milioni di persone, per un fatturato di 160 miliardi di euro; la pesca, che produce il 2,5% del Pil e dà lavoro a quasi 350.000 persone; il patrimonio culturale, che vale il 5,4% del Pil e dà lavoro a 1 milione e 400.000 persone.

Le ragioni del no
L'attività estrattiva del gas metano non danneggia in alcun modo il turismo e le altre attività. Il 50% del gas viene dalle piattaforme che si trovano nell'alto Adriatico; nessuna delle numerose località balneari e artistiche, a cominciare dalla splendida Ravenna, ha lamentato danni.

Insistere sulle trivelle è compatibile con gli impegni a difesa del clima?

Le ragioni del sì

Alla conferenza sul clima di Parigi 194 Paesi si sono impegnati a mantenere l'aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile un taglio radicale e rapido dell'uso dei combustibili fossili. Per mettere il mondo al riparo dalla crescita di disastri meteo come alluvioni, uragani e siccità prolungate, due terzi delle riserve di combustibili fossili dovranno restare sotto terra. In questo quadro investire sul petrolio potrebbe rivelarsi un azzardo economico.

Le ragioni del no
Il futuro sarà delle rinnovabili, ma vanno integrate perché la loro affidabilità è limitata. Sole, acqua e vento non sono elementi che possiamo "gestire" a nostro piacimento.  Non siamo pertanto in grado di prevedere quanta energia elettrica sarà, in un dato periodo, prodotta dal fotovoltaico, dall'eolico o dalle centrali idroelettriche. E quindi, senza i combustibili fossili, non possiamo programmare liberamente i nostri consumi, come siamo abituati e talvolta obbligati a fare.

I referendum servono?

Le ragioni del sì
 "Si deve comunque andare a votare - afferma il presidente della Camera Laura Boldrini - perché il referendum é un esercizio importante di democrazia, tanto più quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi senza filtri. Il mio è un invito al voto. Dopodiché ognuno vota come ritiene più opportuno".

Le ragioni del no
Diciamo agli italiani: "Non andate a votare, non tirate la volata a chi vuole soltanto distruggere".


E quanto costano?

Le ragioni del sì
Il mancato abbinamento alle imminenti elezioni amministrative, deciso per rendere più difficile il raggiungimento del quorum, ha comportato uno spreco di oltre 360 milioni - l'equivalente degli introiti annuali dalle royalties dalle trivellazioni attualmente presenti nel Paese.


Le ragioni del no
Questo referendum non ha senso e non si doveva fare: è uno spreco di 400 milioni.



venerdì 13 novembre 2015

Le parole chiave che aprono finestre sul mondo della bicicletta.

Qual'è l'immagine del ciclista? Quella dell'ambientalista che vuole salvare il mondo (più a destra per favore)? Quella del Power Ranger che la domenica macina chilometri su telaio in carbonio, con tutina, casco e occhialetti colorati? Quella dei signori anziani o degli stranieri che usano la bici come mezzo di trasporto? Ci sono delle parole chiave per aprire finestre di conoscenza su un mondo di ciclisti urbani che scorrazzano per le strade di grandi città. SONO PAROLE CHIAVE sconosciute a molti giovani che potrebbero far nascere passioni simili a quelle per i "telefoni portatili intelligenti", le "iTavolette".

Cos'è per voi un RED HOOK? Cos'è una ALLEY CAT, il Bicycle Film Festival? La Critical Mass, le ciclofficine? il BIKE POLO???



martedì 19 maggio 2015

Inaugurazione Cycl(h)ub


23 maggio 2015. Inaugurazione della ciclofficina Cycl(h)ub di Varese.

lunedì 18 maggio 2015

Io, in questa foto, ci vedo il Velodromo Luigi Ganna.


Passandoci sopra mi sono accorto che Varese ha un velodromo. Perché io ci vedo questo.
Nei siti internet di notizie sportive è stato riaperto nel 2013, chiuso nel 2014.
Nel sito del comune è aperto.
Visto l'interesse rinato per la bici, una struttura così potrebbe essere uno stimolo ulteriore all'uso della bici, specialmente per tutti i fissati dell'ultima ora, che vanno in giro su "bici da Pista" senza sapere il significato delle righe.
Milano ha il suo Vigorelli, Varese il suo Luigi Ganna.

Dal sito internet della regione
Pagina del sito del comune dedicata al Velodromo

DESCRIZIONE DEL SERVIZIO
Velodromo "Luigi Ganna" presso Stadio "Franco Ossola", via Bolchini.
Aperto da aprile a settembre nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 16.00 alle ore 20.00
TEMPI
L'accesso è immediato previo rilascio dei permessi richiesti dal Comitato Organizzatore Pista (telefono 02/9626180).
COSTI
Il referente è il Comitato Organizzatore Pista che si fa carico dell'acquisto dei pemessi di ingresso.
I costi variano da 160,00 Euro annui fino a 1.200,00 Euro annui da suddividere per il numero di atleti e in base ai mesi di utilizzo.
Le gare federali diurne costano 80,00 Euro mentre quelle in notturna costano 150,00 Euro.

lunedì 16 marzo 2015

In caso di emergenza meccanica.

 officinacilante

A Milano, se avete la bici in panne, in cantina o nel garage, potete chiamare l'officina ciclante. Arriva sotto casa, si prende cura della vostra cavalcatura e la rimette in sesto. Ci sono quelle cose difficili da fare, come tirare raggi, sistemare cuscinetti nel movimento centrale o nei mozzi, se qualcuno ci da una mano evitiamo disastri, possiamo evitare di portare la bici in ciclofficina o un negoziante.
La Cycl(h)ub, la ciclofficina di Varese, avrà una sua sede, ma sarà anche itinerante, con una struttura semovente, per raggiungere le manifestazioni ed i luoghi di aggregazione in cui sarà utile la sua presenza.
 cyclhub logo

mercoledì 31 dicembre 2014

Anno nuovo, Associarsi alla FIAB



La prima voce che appare nella lista dei perché associarsi alla FIAB è l'assicurazione e l'assistenza legale.
La FIAB è la federazione che lavora attivamente per ridurre la necessità di questa assicurazione, cercando di cambiare lo stato delle cose, cioè a pericolosità delle strade italiane.
Tesserarsi serve per far continuare questo lavoro e per tutelarsi quando si decide di
#PEDALAREOGNIGIORNO


martedì 18 novembre 2014

Realizzare una fissa è un gioco da ragazze.

Fissa sarà di moda, ma non si tratta di andare in un negozio, scegliere un modello e fare qualche esperimento su una bici senza freni, sulla quale non puoi smettere di pedalare.  La sua essenza è semplicità di realizzazione e manutenzione e la personalizzazione.
Si tratta di mettere insieme il movimento centrale, il gruppo sterzo, smagliare la catena, tirare i raggi. Poi ci stà anche trovare una guarnitura particolare, dipingere il telaio, scegliere una sella comoda e preziosa. Comunque sia è un lavoro facile e divertente, alla portata di tutti, che piace anche alle ragazze.

 
She Builds from Jon Chew on Vimeo.

lunedì 3 novembre 2014

RedHook Criterium, Milano 2014

Questa è una delle gare che fanno parte della ciclocultura contemporanea, come le AlleyCat, il BikePolo, il Campionato dei BikeMessenger.
"La Red Hook Criterium è un campionato di gare cittadine su circuito, è corso da ciclisti di fama mondiale, messenger in bicicletta, e atleti urbani che competono intorno a un percorso breve e tecnico. La bici da pista è obbligatoria e la tipologia di gara richiede ai ciclisti una alta capacita di manovra sulla strada e alti livelli di preparazione fisica."
Personalmente non ho nessuna intenzione di partecipare, mi piacerebbe tanto fare lo spettatore!